lunedì 5 settembre 2016

PENSIERI LONTANI NEL TEMPO

Seduto sul divano mentre leggi un libro di Isabel Allende, tra le note di Ennio Morricone che ti fa viaggiare avanti ma anche indietro nel tempo, come se il tempo stesso si è fermato o come se non esistesse per niente, come se fosse eterno. Alzi lo sguardo,  vedi la copertina di un DVD di Tornatore, è Baaria. Allora è lì che indietreggi e ti ritrovi tra le strade della tua casa d'infanzia.

Sei già sveglio in prima mattina, fresca, con la sveglia che ti fa il signore della granita, che  tua madre compra per farti fare colazione d'estate e il cinguettio dei cardellini che si fanno i nidi sugli alberi del tuo giardino. Esci di casa,  vai in quella del tuo amico che trovi lì, sempre e puntuale,  si inizia a giocare e a inventare giochi. Andiamo in perlustrazione nelle campagne adiacenti alle nostre case, si, perchè chi abita in periferia ha il pregio di godersi la città da un lato e la campagna dall'altro. Noi preferiamo sempre la campagna. Le strade dove giochiamo ancora non sono asfaltate e quindi siamo sempre sicuri che non passano auto. Ci costruiamo un arco con i rami del carrubo, ce ne sono tantissimi dove abito io. I muri a secco. Le frecce le facciamo con gli steli di spine dai campi. Dalla natura ci ricaviamo tutto. Poi possiamo sempre giocare a pallone, il super tela per cominciare per poi passare al Tango, il campo ce lo facciamo sempre nella strada. Due sassi per fare le porte e le panchine sono i margini del campo. Ma poi a mezzogiorno sento il motore di mio padre, è ora di rientrare per il pranzo. Riposino pomeridiano, e alle 16 di nuovo fuori per nuovi giochi, giochiamo con palla da tennis a colpire i compagni messi schierati in muro e tu sei il plotone d'esecuzione. Il nascondino del tardo pomeriggio è quello che amo di più, essendo veloce aspetto fin quando il mio compagno non viene a cercarmi nella tana dove sono nascosto e lo frego con uno scatto alla Bolt. Ma poi tutto d'un tratto senti una voce che ti chiama, tua madre, è ora di rientrare, è il tramonto, ora di cena, dove, ti ritrovi con le tue sorelle e tuo fratello a mangiare tutti assieme in un tavolo ovale.

Pensieri lontani nel tempo che ti ferma il tempo, quando ancora il progresso non aveva fatto danno e c'erano certi valori: l'amicizia, il rispetto, l'amore.
E tra le note di Ennio Morricone, leggendo un libro di Isabel Allende, alzo lo sguardo, e ho tanta voglia di sentire una voce che mi chiama e dice che è ora di rientrare...


giovedì 13 novembre 2014

AMICO FRAGILE


"Amico fragile è nata così: quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m'ero fatto una casa nel '69, in uno di questi ghetti della costa nord sarda: d'estate arrivavano tutti, romani, milanesi... in questo parco residenziale, e m'invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una sera ho tentato di dire: "Perché piuttosto non parliamo di...". Era il periodo, ricordo, che Paolo VI se n'era venuto fuori con la faccenda - ripresa poi mi pare da quest'altro qui, della stessa pasta - degli esorcismi. Insomma dico: "Parliamo un po' di quello che sta succedendo in Italia..."; nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto Amico fragile. L'ho scritta da sbronzo, in un'unica notte. Ricordo che erano circa le otto del mattino, mia moglie mi cercava, non mi trovava né a letto né da nessun'altra parte: c'era infatti una specie di buco a casa nostra, che era poi una dispensa priva anche di mobili, dove m'ero rifugiato e mi hanno trovato lì che stavo finendo proprio questa canzone. 
F. De André, in Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, p. 60

E poi sorpreso dai vostri "Come sta" 
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci, 
tipo "Come ti senti amico, amico fragile, 
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te" 

"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta"

In questo versetto si vede in modo chiaro come fa riferimento alla falsità degli amici che, quando ti ritrovi con uno scarso stato d'animo e che stai male, fanno finta di preoccuparsi e poi, possibilmente, non vedono l'ora di svincolarsi da te, senza pensare magari alle conseguenze. Molto spesso per questo ci ritroviamo, specie nei giovani, dinnanzi a dei casi di depressione irreversibili che  possono sfociare in suicidi con le seguenti riflessioni  del tipo  ".... ma mentre non sembrava...ecc..ecc..!!!". Faber in questi versetti fa la critica a una società che lui stesso rinnega, specie quando dice "fino a raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci" e in molti concerti cambiava la parola "arrivederci" con "anarchia".

Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli 
di parlare ancora male e ad alta voce di me. 
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo 
con una scatola di legno che dicesse perderemo. 
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane 
Il mio è un po' di tempo che si chiama Libero. 
Potevo assumere un cannibale al giorno 
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle. 
Potevo attraversare litri e litri di corallo 
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci. 


E' palese che in questo pezzo del testo stia provando a dire che anche se in quel momento cascava il mondo, a loro (gli amici),  non gliene fregava nulla. Parla proprio dell'indifferenza e dei problemi di una società in crisi, così come oggi. È la riflessione sulla fragilità dei rapporti umani, ma, nello stesso tempo, sulla necessità di averne e quindi sul senso di vuoto che nasce quando questi vengono meno o restano superficiali. Il risultato è una dichiarazione di amore-odio di un borghese pentito alla propria gente.

"Certe cose non si capiscono perché sono mie personali. Evaporato in una nuvola rossa... è che, a quei tempi, io mi drogavo. La droga dei miei tempi era l'alcol: ho bevuto come una spugna fino a 45 anni."
F. De André, in Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, p. 74





mercoledì 24 luglio 2013

IL PETROLIERE

"Io succhio il tuo frullato con la mia cannuccia". Quanto significato dietro questa frase! Ci vuole giustizia in questo mondo e, quando parlo di questo mondo, parlo del pianeta Terra: barconi pieni di immigrati in cerca di pane, lavoratori che perdono i diritti dentro le fabbriche e insicurezza sul lavoro, umiliazioni di ogni tipo, sfruttamento, egoismo di ogni genere, strafottenza e se vogliamo possiamo aggiungere dell'altro. Più hanno e più vogliono avere e la loro "intelligenza" si trasforma in cattiveria che, aiutati dai governi, usano per rubare le ricchezze altrui legalmente. VEDI IL MEGALOMANE o il TIZIO DI ARCORE, scusate al ripetizione. Quando l'avere sta al di sopra dell'essere si è caduti nella vera falsificazione idolatrica dell'uomo. Quando si perde la vera concezione dell'IO non si è mai soddisfatti di quello che ci passa davanti e vogliamo avere e avere. E' meglio avere che essere.  "E tutto mio...ma quanto costa questo cazzo di pianeta?!  lo voglio io, lo compro adesso, poi compro Dio, sarebbe a dir compro me stesso".
IO SUCCHIO IL TUO FRULLATO CON LA MIA CANNUCCIA


lunedì 20 maggio 2013

Di Luigi Garlando da "Camilla che odiava la politica"


"La mia scuola è una scatola di mattoni rossi, una vecchia scatola che cade a pezzi. Paludate ha i muratori più istruiti del mondo, perchè sono sempre in classe per aggiustare un pezzo di soffitto che cade, una tubatura che gocciola o cose del genere. Qualche anno fa ci hanno promesso una scuola nuova. E in effetti hanno cominciato a costruirla, che l'hanno piantata a metà, senza tetto né finestre..... La bidella mi ha spiegato che a un certo punto non sono arrivati i soldi per i lavori, o forse i soldi sono arrivati, ma qualcuno li ha spesi per fare altre cose. << La politica >>...... Nelle Scuole Nuove un giorno si sistemarono gli zingari con le loro roulotte. Molti protestarono. Ci fu addirittura una fiaccolata con i cartelli per le strade di Paludate...Il papà di Giampi urlava al megafono: 'ripuliamo Paludate'. A me sembra una gran stupidata. Anche le rondini vengono ogni anno da lontano per annunciarci la primavera. Dovremmo forse cacciarle dai nostri tetti solo perchè non ci abitano a Paludate?" 

La POLITICA è IL CAPITO, cioè capire i bisogni delle persone e impegnarsi per soddisfarli. La politica riempie il vuoto che separa chi comanda da chi obbedisce. In una democrazia tutti devono partecipare al governo della città o dello Stato. Noi attraverso le elezioni scegliamo le persone più adatte a difendere le nostre idee, a soddisfare i nostri desideri e a creare le leggi che riteniamo più giuste. Queste persone si occupano di politica per mestiere e si chiamano, appunto, politici. A seconda delle loro idee e delle soluzioni per risolvere i vari problemi, i politici si dividono in gruppi diversi, che si chiamano partiti. Se in un paese c’è un partito solo, non esiste la democrazia, perché non sono rappresentate le idee di tutti. I partiti che ricevono più voti cioè più fiducia dalla gente, hanno il compito di governare, di fare le leggi e di provare a risolvere i problemi a modo loro. Rappresentare le nostre idee è il mestiere dei politici che per ciò ricevono uno stipendio pagato dai cittadini. È giusto, perché i politici si impegnano a far funzionare la città o la nazione, che appartengono a tutti. La parola ministro deriva da MINISTRUM che significa SERVO. Il politico prima di tutto deve essere un servitore a servizio della gente che ha bisogno e che lo ha eletto per risolvere i suoi problemi.
Solo che la parola ministrum è stata capovolta e i politici oggi non sembrano più dei servi, ma dei padroni. Approfittano del potere che hanno per diventare potenti, ricchi e famosi. Un tempo i soldi servivano per fare la politica ma ora è la politica che serve a far fare i soldi ai politici. La politica vera, quella buona, è racchiusa in tre parole: ascoltare, partecipare, servire. IL CAPITO, POLIS, MINISTRUM.

Di Luigi Garlando da "Camilla che odiava la politica"

martedì 13 novembre 2012

HO VISTO NINA VOLARE


Un inno alla vita di tutti i giorni. Mastica e sputa da una parte il miele e da un’altra parte la cera. Come la vita di tutti i giorni che ci riserva la durezza della fatica del lavoro per ottenere le cose belle che ci servono per vivere. Ma per Fabrizio non si tratta di questo, per lui si tratta della durezza della vita da bambino, quando incontra la sua amica del cuore, Nina Manfieri, che giocava sull’altalena. Ho visto Nina volare è proprio il racconto di un bambino, Fabrizio, che s’innamora della sua amica mentre vola sull’altalena. Da quel momento arriva il timore del padre che se lo scopre dovrà cambiar paese. Quand’eravamo piccoli tutti ci siamo innamorati e abbiamo avuto il timore dei genitori che ci scoprivano come se era una cosa proibita, una cosa strana. Infatti quando dice “stanotte è venuta l’ombra che gli fa il verso” gli mostrerà il coltello per difendersi e la sua maschera, come facevamo tutti da piccoli, quando nel lettino, la sera, avevamo paura allora pensavamo come degli eroi che dovevamo uccidere i nostri nemici e ci trasformavamo in viso.  E' quindi l'immagine di un ragazzo che vive la sua battaglia quotidiana, insieme ai suoi segreti, tra cui c'è anche lo stesso amore per Nina. Un ricordo visto da lontano, però, con la mentalità d’adulto. Infatti non è solo Fabrizio a scrivere questa canzone ma anche Ivano Fossati. E’ una canzone scritta a quattro mani ed ha un doppio senso: quello del ricordo di Nina ma anche quello della libertà di tutti. La vita di tutti. Mastica e sputa è una tradizione della città di Matera, oggi purtroppo già estinta, quasi  due secoli. Le donne più anziane dedite all'antico mestiere dell'apicoltura, sembra che usassero masticare fettine di favo, all'uopo preparate, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera. Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, e quindi, pronte per l'uso. Ecco allora il doppio senso che coincide con le fatiche della vita nel realizzarsi con il lavoro. La musica è un via vai, come un dondolare sull’altalena, proprio come faceva Nina. 


sabato 3 novembre 2012

NOVECENTO


E' una panoramica di quella che è la storia che va dai primi anni del 1900 fino al 25 Aprile 1945. Il film inizia con un omaggio a Giuseppe Verdi che era morto da poco fino ad arrivare alla liberazione dell'Italia dal fascismo. Un parallelismo storico di quello che erano la classe del proletariato e la classe borghese, i braccianti e i padroni. I protagonisti del film sono Olmo (Gerard De Pardier) che faceva parte della famiglia dei Dalcò, e Alfredo (Robert De Niro) che faceva parte della famiglia Berlinghieri, i padroni. Olmo è figlio del contadino e Alfredo è il figlio del Padrone. Contadino e padrone, due facce della stessa medaglia, come dire testa o croce.
I due ragazzi nascono lo stesso giorno, sono amici e vanno d'accordo. Fa vedere come vivono i paesani e i padroni. I paesani che mangiano polenta tutti i giorni, INSIEME, nella stessa stanza dove si parla, si ride, si canta, si sta in armonia e si condivide tutto. I padroni, che invece mangiano cibo più sofisticato come le rane che prendeva il piccolo Olmo, sono soli, separati in famiglia, e pensano a come sottrarre il capitale ai parenti, addirittura al fratello.
I primi vivono con la concezione di famiglia umana, dove tutti sono uguali e tutto e di tutti, il cosiddetto bene comune. I secondi  vivono con la concezione di famiglia che c'è tra marito, moglie e figli, la classica famiglia egoista e che del resto non gliene frega nulla. Infatti alla morte di nonno Alfredo, il figlio minore, ruba tutto il capitale al fratello maggiore, inizia a stringere la cinghia dei braccianti e a sottrarre parte del raccolto, che serve ai paesani per sostenersi, fino al punto di arrivare a  prenderne tre quarti. Ai Dalcò non restava altro che emigrare altrove e cercare ventura nel resto del mondo. 
Oggi sono passati 80-90 anni da quando è stato ambientato il film, è vero che dopo la liberazione sono stati conquistati tanti diritti da parte dei proletari, a volte anche con i bagni di sangue da parte dei nostri nonni.
Cosa è successo oggi? dove sono finiti tutti i diritti conquistati con il bagno di sangue dei nostri nonni? 
Siamo tornati proprio all'epoca di quando è stato ambientato il film; ma si può stare così mano nelle mani sapendo che sono morte delle persone per farci conquistare tali diritti?!?
Ora non vi racconto il resto del film perchè ci vorrebbe un post lungo un metro, visto che il film è diviso in due parti, ma volevo semplicemente rinfrescarvi la memoria che siamo tornati indietro di un secolo. I padroni si sono riappropriati dei nostri diritti e sono tornati a fare i padroni. 










lunedì 30 luglio 2012

HOTEL SUPRAMONTE - spiegazione-


Il Supramonte è il luogo dove De Andrè  venne tenuto, per 4 mesi, sotto sequestro dalla malavita organizzata della Sardegna: la cosiddetta “anonima sequestri  sarda”. Fu sequestrato assieme alla compagna Dori Ghezzi. Il Supramonte di Orgosolo è uno dei luoghi piu’ belli e selvaggi della Sardegna. Ruscelli,  buon vino e cibi genuini. Ed esistono gli hotels, le trattorie, i bar e le osterie dove il visitatore trova tutto questo. In un simile contesto, il nome di un Hotel sarebbe la cosa piu’ normale, direi piu’ bella da trovare. L’artista con la sua compagna vennero liberati dopo un po’ di tempo grazie al riscatto di 550 milioni di lire pagato dal papà di De Andrè. Hotel Supramonte è un altro capolavoro di Faber. Una dolcezza di musica e poesia. Cosa c’è di più incantevole nel descrivere la sofferenza e il dolore con i bellissimi paesaggi del Supramonte, immaginando i ruscelli del fiume, gli alberi e i monti con il nome della sua amata!? La gente di Orgosolo e di altri paesi circostanti è semplice ed ospitale, solo che Orgosolo ha un primato negativo che è il banditismo. Dopo la scarcerazione, De Andrè perdonò i carcerieri: diceva che a volte gli toglievano le manette e li lasciavano liberi nella stanza, dove, lui e la sua compagna si inventavano giochi per passare il tempo e chi lo sa se non avevano anche i momenti per restare soli nell’intimità… da un certo punto di vista i rapitori sono stati uomini. Nei rapitori riconosceva l'onore e l'umanità che li caratterizzarono durante i lunghi giorni della prigionia.  Ma solo loro, esecutori del sequestro, poterono godere del suo perdono. Anche dopo la condanna nel processo ribadì il suo perdono nei loro confronti ma non la pensò allo stesso modo per i mandanti del sequestro. I mandanti, mai trovati, che secondo De Andrè erano persone economicamente agiate e prive di scrupoli.

SPIEGAZIONE:

 “E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col suo ordine discreto dentro il cuore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore”.

Dal testo sembra che fa notare i sensi di colpa che aveva per tutto quello che stava succedendo. Come se era sua la colpa del rapimento. Lui aveva portato in Sardegna la compagna, e lui era il personaggio famoso che cercavano per il rapimento. La donna in fiamme, infatti, potrebbe rappresentare Dori Ghezzi arrabbiata con lui che, di conseguenza, si sentiva solo e abbandonato. Naturalmente sono mie sensazioni non sappiamo cosa pensa Faber quando scrive questa canzone. Così come penso della lettera vera di notte, magari, nei momenti della loro intimità ma falsa di giorno con le accuse, i sensi di colpa, la solitudine quando gli rimettevano le manette. 

“Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore”. 

“Grazie al cielo……” per me  ringrazia Dio perché è ancora vivo e può pensare e potere scrivere le sensazioni che prova,  senza disprezzare la terra dove è stato prigioniero, dedicando questa lettera a tutti coloro che sono stati prigionieri in quella splendida terra. Infatti la chiama “Hotel Supramonte”  e quando dice un “invito..” non credo che lo dica per invitare la gente ad essere rapita ma è detto in modo sarcastico e comunque per far capire che tutto sommato non sono stati crudeli con loro. Le ultime due righe di questa seconda strofa sembrano una ripetizione della prima strofa, quando subentrava la solitudine. 

“E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore”.

La monotonia del tempo che non passava mai...
Caro Faber, le cose che ti circondavano  avevano il nome della tua amata, anche tu ci hai insegnato il vero significa dell'amore, l'unica cosa che conta e che ci resta nella vita, senza finire mai. Tutto passa ma una sola cosa resta: l'Amore


ASCOLTA LA CANZONE:



giovedì 26 luglio 2012

RIMINI -spiegazione-



“Teresa ha gli occhi secchi, guarda verso il mare…”, è un parallelismo di Rimini di come è posizionata geograficamente. Questa canzone è un ricordo alla Storia. Un ricordo non tanto positivo perché ci dimostra la brutalità degli uomini.  Teresa, Rimini, America, Colombo, sono come un’equazione. Come Teresa è figlia di droghieri e pirati, anche Rimini è figlia di droghieri e pirati, così come Teresa ha gli occhi secchi e le labbra screpolate che indicano dolore crudo, anche la Rimini vernacolare del tempo era cruda e De Andrè ha voluto rappresentare la Rimini Felliniana del film "I vitelloni". Quando Teresa indica un amore perduto ci fa capire la sessualità e l’erotismo, entrambi, scoperti e abortiti nello stesso tempo per un errore di “saggezza”. Abortire un figlio non proprio nel senso carnale che ci può anche stare, ma nel senso simbolico di abortire. Ecco che spunta il parallelismo con Colombo scopritore dell’America. Colombo guarda la terra promessa con dolcezza: il nuovo continente che poi a causa di un errore di “saggezza” distrugge, macella, a causa di un triste Re cattolico, su una croce di legno. La Chiesa, che con la scusa della croce, impone il suo credo,  con lo scopo di conquiste di terre preziose da sfruttare. Diventa così un aborto di ciò che hai appena concepito. Mentre tutti sappiamo che in realtà la Chiesa dovrebbe generare figli senza abortire, così come l’Apocalisse nel dodicesimo capitolo ci fa vedere con la donna vestita di sole che concepisce un figlio. L’amore che Teresa perde è l’America e lo perde a Rimini. L’amore perso, altro non rappresenta che il continente creato e distrutto, dunque “abortito” da Colombo. Teresa e Colombo sono come la stessa cosa e hanno perso l’amore macellato. Quando Teresa toglie le manette a Colombo sta a indicare una presa di coscienza, un pentimento da voler gridare a tutto il mondo: è stato un errore di “saggezza” ma  è come un grido muto che nessuno sente e nessuno crede. Un grido urlato nel vuoto. Il grido delle vittime carnali è quello di non regalare “terre promesse” a chi non le mantiene, è quello di far nascere figli senza ucciderli allo stesso istante negandogli la libertà.  E’ un invito dunque all'anticolonialismo, una specie di ribellione al distruttivo mondo del colonialismo capitale. Teresa e Colombo, due simboli, due personaggi che sono complementari, uno verso l’altro e viceversa. Tutto scritto in una canzone, una poesia, un capolavoro che ci poteva regalare solo un grande come Fabrizio De Andrè.




TESTO:

Teresa ha gli occhi secchi
guarda verso il mare
per lei figlia di pirati
penso che sia normale
Teresa parla poco
ha labbra screpolate
mi indica un amore perso
a Rimini d'estate.
Lei dice bruciato in piazza
dalla santa inquisizione
forse perduto a Cuba
nella rivoluzione
o nel porto di New York
nella caccia alle streghe
oppure in nessun posto
ma nessuno............... le crede.
Ri......mi.....ni, Ri....mi....ni

E colombo la chiama
dalla sua portantina
lei gli toglie le manette ai polsi
gli rimbocca le lenzuola
< ho inventato un regno
e lui lo ha macellato
su una croce di legno.
E due errori ho commesso
due errori 
di saggezza
abortire l'America
e poi guardarla con dolcezza
ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene>>.

CORO: Ri....mi.....ni, Ri.....mi.....ni

Ora Teresa e'all' HArry's Bar
guarda verso il mare
per lei figlia di droghieri
penso che sia normale
porta una lametta al collo
e'vecchia di cent'anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni
< un errore di saggezza
abortire il filgio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate piu'scommesse
sulla figlia del droghiere>>.

Ri.....mi.....ni, Ri.....mi......ni


lunedì 7 maggio 2012

AFFINCHÈ I GIOVANI SICILIANI ANTIMAFIOSI VOTINO IN COSCIENZA… E SOPRATTUTTO IN CONOSCENZA


Cari giovani ,
scrivo per denunciare pubblicamente le mezze verità dette da “i Giovani Democratici di Rosolini”, e l’uso strumentale di una dichiarazione provocatoria di Beppe Grillo (“ la mafia non strangola le proprie vittime,a differenza dello Stato”….),poi ripresa dal dott. Grasso,estrapolata ad arte da un discorso ben più ampio, che sicuramente i Giovani Democratici di Rosolini non avranno nemmeno letto.
Intanto, il fine della frase incriminata era quello di dimostrare che la politica ha più responsabilità della mafia, nel senso che non è la stessa cosa, a livello sociale e sociologico, se, per esempio, a rubare sia un ladro o una guardia.
È altresì controproducente usare il dottor Grasso, in maniera strumentale contro il movimento di Grillo. Volete che vi suggerisca io tutte le dichiarazioni di altri magistrati antimafia (Ingroia, Caselli, Di Matteo, Lari, Bocassini, Forleo, Scarpinato, ecc) contro la politica giudiziaria “ballerina” del PD??? Non vi converrebbe; vi riempirei la bacheca. Forse leggete o vi fanno leggere solo le cose non troppo scomode??? Perciò, utilizzare a pretesto Grillo su questi temi, proprio per voi del PD, è stato un autogol clamoroso; come se Riina desse del “delinquente” ad un povero ladro di galline.
Inoltre, perché non illustrate ai giovani tutte le leggi-vergogna in tema di mafia alle quali non vi siete opposti, o che addirittura avete votato???
In quei giorni non li compravate i giornali, o le “vostre” edicole erano chiuse???
Cari “democratici” ora vi elenco io alcuni vostri provvedimenti alquanto “strani”.
A)     La misteriosa chiusura delle supercarceri di Linosa e dell’Asinara.
B)     Le leggi che il vostro emblema di legalità, l’onorevole Violante, si è fatto venire in mente. Quando lo avete portato a passeggio per le vie di Rosolini, perché non gli avete fatto qualche domanda, voi che siete sapientoni??? Potevate chiedere della legge che porta proprio il suo nome; quella legge sulla privacy che rese inutilizzabili i tabulati telefonici del periodo delle stragi (roba da servizi segreti deviati e da segreti di Stato inviolabili). O ancora, potevate chiedergli se era confuso, quando ebbe il coraggio di proporre la dissociazione per i mafiosi, dopo che eroi come Falcone e altri erano morti lottando anche per un maggior rafforzamento invece della collaborazione di giustizia. Fortunatamente, eroi come Falcone e Borsellino, non appartengono a tutti; perché un merito della storia è che essa, almeno, dà torto e dà ragione.
C)     La legge Napolitano-Fassino, che mise il limite di centottanta giorni per le dichiarazioni dei pentiti; una cosa vergognosa, osteggiata dai maggiori tecnici del settore. Ma i vostri “tecnici di fiducia” non ve l’hanno mai spiegata???
D)    Le varie leggi “mafiose” approvate da Berlusconi, anche con i voti dei vostri deputati, che poi puntualmente cadevano dalle nuvole, arrivando a dire che “non avevano capito bene il testo”. Potevate spiegarglielo voi… O potevate telefonare loro, quando permettevano a Berlusconi di votare leggi delinquenziali con maggioranze risicate, mentre i vostri cari democratici “stranamente” erano in bagno o a “fare la spesa” come Lusi.
Inoltre, vi consiglio di suggerire dei buoni neurologi per i vostri “compagni” di partito (attuali ed ex) come Violante, Mancino ed Ayala, che ricordano le cose solo a rate, e solo quando vengono chiamati in causa dal figlio di un mafioso come Ciancimino. Un mafioso che dice mezze verità, e dei politici che dicono mezze bugie, contraddicendosi tra loro come i più umili ladruncoli che non riescono nemmeno a mettersi d’accordo dopo aver rubato le banane.
Vi conviene vivamente sperare che non si arrivi mai alla verità sulle stragi, perché qualche vostro dirigente potrebbe d’un tratto scomparire, così non potrete più pubblicare questi link vomitevoli. Concludo suggerendovi di far venire a Rosolini, oltre a Rita Borsellino (persona per bene, da me stimata) anche qualche altro parente del giudice che vi dirà qualcosa in più. Anzi, meglio di no, non vi converrebbe…
Vi consiglio in ultimo di ammirare umilmente Grillo: almeno lui fa ridere, voi, dopo tutte queste sconfitte, fate solo piangere.
P.s. Non risponderò a nessun vostro ulteriore commento a codesta lettera, perché fatti, circostanze e persone, sono facilmente riscontrabili da tutti (su libri, riviste e sulla rete); e perciò rispondono a verità. E la verità è come la morte: o si è vivi o non lo si è; perciò la verità o si dice tutta, o sennò non si può definire tale.
O meglio, la verità è come la mafia: o si è mafiosi o si è contro la mafia… SEMPRE E COMUNQUE!!!

Con affetto, ma discutibile stima
Il compagno Santacroce

giovedì 8 marzo 2012

LETTERA A FABRIZIO DE ANDRE'




Caro Faber,
canto con te e con tante ragazze e ragazzi della mia comunità.
Quanti Gerodie o Michè o Marinella o Bocca di Rosa vivono accanto a me, nella mia città di mare, che è anche la tua.
Anch’io ogni giorno, come prete, verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e per chi ha fame.
Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo. Non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione, nell’emarginazione, nella carcerazione.
E ho scoperto con te, camminando per via del Campo, che dai diamanti non nasce niente. Dal letame sbocciano i fiori.
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua antologia dell’Amore: una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
Ma soprattutto il tuo ricordo e le tue canzoni ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più, ma restano i migranti, gli emarginati, i pregiudizi, i diversi. Restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza…
La comunità di San Benedetto ha aperto una porta nella città di Genova, e già nel 1971 ascoltavano il tuo album Tutti morimmo a stento.
E in comunità bussano tanti personaggi derelitti, abbandonati, puttane, tossicomani, impiccati, aspiranti suicidi, traviati, adolescenti, bimbi impazziti per la guerra e l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente, che era ed è la nostra vita quotidiana nella comunità, abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, dalla solitudine può sorgere l’amore come a ogni inverno segue una primavera.
È vero, caro Faber, loro, gli esclusi, i loro occhi troppo belli, sappiano essere belli anche ai nostri occhi. A noi, alla nostra comunità,che di quel mondo siamo e ci sentiamo parte. Ti lascio cantando la Storia di un impiegato e la Canzone di maggio, che ci sembra sempre tanto attuale.
Ti sentiamo così vicino e così stretto a noi quando, con i tuoi versi, dici: “E se credete ora che tutto sia come prima, perché avete votato la sicurezza e la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte. Per quanto voi vi crediate assolti”.
Caro Faber, tu parli all’uomo amando l’uomo, perché stringi la mano al cuore e risvegli il dubbio che Dio esiste. Grazie.   

                                              Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo, prete del marciapiede

lunedì 6 febbraio 2012

Art 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

SPUNTI PRESI DAL LIBRO DI DON ANDREA GALLO E UN PO' MIEI.


Art.1.  L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione. 

Quindi cosa ci dice la Costituzione? Ci dice che è una Repubblica. Dal Latino "Res publica" che vuol dire "cosa pubblica", e non di pochi, perciò di tutti. Questo significa che bisogna aprirsi a tutte le culture a partire dalle altre religioni e quindi credenti e non credenti. Già qua si capisce che la chiesa deve restare fuori dalla "cosa pubblica". La Costituzione ci dice che la Repubblica è "Democratica", che deriva dal latino "demos" che significa "popolo" e da "crazia" che vuol dire "potere". Quindi "potere del popolo" ma come si fa ad essere democratici se non c'è la partecipazione del popolo? La dittatura dei mercati finanziari minaccia la pace e la democrazia. Dobbiamo uscire da un società tutta imposta sulle aspettative e sulle pretese. Noi ci alziamo al mattino e diciamo: " Questo mi è dovuto, quest'altro pure". C'è bisogno di una rivoluzione culturale, perchè se un uomo vuole essere coerente con la sua umanità, al mattino quando si alza deve chiedersi, cominciando dalla propria casa: " Cosa posso fare per la mia famiglia, per il mio quartiere e ancora più in là?"E così via, pensando all'agire locale e poi all'agire globale. "L'Italia è democratica": vuol dire che la Repubblica si fonda sulla partecipazione di tutti, e non con una legge che loro stessi hanno definito "porcata" dove i candidati li scelgono i padroni di partito, sulla  base di parentele consolidate. Se prima in parlamento esisteva la cosiddetta "casta" adesso c'è la supercasta.
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Allora questo cosa ci fa capire che le fabbriche che sono in Italia devono chiudere per andare in Asia? Lo sfruttamento e la disoccupazione devono cessare. Ormai si è arrivati al punto di proletarizzare il lavoro intellettuale e questa è una cosa assai grave. I giovani dopo anni di studi nelle università e di specializzazioni, si trovano costretti a lavorare nelle fabbriche con un salario da fame e senza sicurezza di un posto fisso, senza tenere conto delle loro capacità intellettive con contratti interinali fatti da agenzie esterne alle fabbriche. Basta con i contratti CO.CO.CO., flessibilita ecc... basta con i Marchionne e i pinco pallini  di turno che si vogliono arricchire col sudore degli operai. E' la costituzione che ce lo dice. Il divario tra i più poveri e più ricchi non è stato mai così significativo. 
Partiamo proprio da Marchione: Lo scipero non mai stato un ricatto, bensì un diritto sacrosanto dei lavoratori. A un certo punto firmata l'intesa alla FIAT è stata fatta fuori la FIOM. Ma non vi sembra di poter dire che si negano i diritti a chi non firma il contratto? Mi chiedo come facciano i sindacati a firmare.  E la cosa più grave arriva dal sindaco di Torino che afferma che "sono dei risultati positivi", Bersani neanche a nominarlo perchè tanto è come sparare sulla croce rossa. Ma è un peggioramento rispetto a Pomigliano! Si torna indietro al famoso accordo 1994: ma il contratto nazionale, la dignità del lavoro e della persona, dove li lasciamo? Queste cose poi generalmente le fanno o ad Agosto, o a Natale, quando la gente è impegnata con le vacanze  e nessuno si accorge di niente. Per fare un esempio, basta pensare alla riduzione della pausa degli operai a dieci minuti, si risparmierebbe di circa 3 milioni di euro all'anno. Cioè meno di un terzo di quello che guadagna Marchione. 
E Marchione mi parla di ideologia della FIOM, si vede che non sa nemmeno cos'è l'ideologia e il manager.                                                                                                                     
Bhe, arrivando a questo punto le conclusioni tracciatele voi cari lettori. 

domenica 25 settembre 2011

ARTICOLO PUBBLICATO NEL CORRIERE ELORINO DEL 16 SETTEMBRE pag 6


Carissima dottoressa Santina Giannone,
 le scrivo in riferimento all’articolo che lei ha pubblicato nel Corriere Elorino dell’ 1 Settembre, riguardante il tema dello scontro tra Gennuso e Savarino e di come la gente sia narcotizzata. Sono d’accordo con lei quando dice che la gente si sta distraendo per parlare di questi pettegolezzi. Queste comari di cortile sono coloro che hanno portato e stanno continuando tuttora a portare alla rovina il nostro paese.
Ci possiamo consolare dal fatto che, come diceva sempre lei, ci siamo allineati alla politica nazionale (“allineamento cosmico”, lo chiamava un noto politico rosolinese), che però non sa dove trovare 55 miliardi di euro per la manovra finanziaria.
Comunque sia, io penso che questa gente ha i giorni contati nel nostro paesino. E sa perché? Perché quando cammino per le nostre vie, vedo ragazzi svegli, e non vecchi narcotizzati che ancora mi parlano di scambio di voti, di come fare le gare d’appalto, di come risolvere il problema della spazzatura, perché la mafia non ti permette di fare la raccolta differenziata e bisogna stare attenti che non ti bruciano i contenitori e via di seguito. Io vedo ragazzi che a tutto questo non ci stanno. Che non vogliono più questo sistema corrotto, governato anche da gente che ha, o ha avuto, problemi con la giustizia. Vedo ragazzi con idee, che sono critici verso la mala gestione del paese. Che amano la loro città, che purtroppo pian piano, però, diventa terra arida. Che la vogliono difendere a tutti i costi e che non vogliono lasciarla sol perché non offre nulla per il loro futuro. Un esempio sono i ragazzi dell’associazione Eskimo, o l’associazione Arci Locomotiva, o ancora l’Officina Culturale Leonardo da Vinci.
 Io non voglio diventare anarchico, ma mi stanno costringendo a esserlo; è una questione di ideali, perché non ce la faccio più a subire le incompetenze dei politici e lo spreco di denaro pubblico, e mi fanno ridere quando ne becchi uno di loro che ti dice che lui ci mette la faccia, e perché non lo faccio io, visto che sempre parlo. Io so solo che pago regolarmente le tasse. Da questo momento ho una proposta da fare al “SINDACO” e alla sua “giunta” di politici competenti, perché di questo stiamo parlando, di competenza:

1)  SPAZZATURA: aggiungere il sacchetto marroncino per l’umido e quello nero per l’indifferenziata. Aggiungere i bidoni neri per i condomini riguardo l’indifferenziata. Il sacchetto marroncino deve essere con chiusura ermetica e inodore, e finiamola con la storiella del secchio marrone: nei condomini non è possibile! Mettere il codice a barre individuale nei sacchetti e prevenire eventuali infrazioni da parte dei cittadini pigri e se necessario multarli.

2)  TECNOLOGIA, WI-FI per tutti...- NON CON LE SOLE PAROLE DEMAGOGICHE- soprattutto nelle piazze e nei posti strategici, dove ognuno può collegarsi in rete gratuitamente a spese del Comune, visto che spende  esponenzialmente di più con i telefoni che ha nei vari uffici pubblici. Con la rete WI-FI, fatta da gente competente, non solo risparmia il Comune, ma la gente può fare la disdetta alla rete adsl ed avere qualche soldino in tasca in più a fine mese. Questo si chiama  COMUNE.

3) Mettere nei tetti degli uffici e delle scuole comunali il fotovoltaico. Se ci sono terreni inutilizzati di proprietà del Comune, proporre di fare delle piccole centrali fotovoltaiche per il paese.

P.S. non è utopia, sono cose fattibili che diversi comuni d’Italia già fanno.
E un’ultima cosa: non fate il WI-FI nei terreni e tetti di sindaci, vice sindaci e assessori, per non fare spendere più soldi ai cittadini.
Come promemoria dovete rileggere sempre la prima parte dell’articolo. Eventualmente se proprio cercate un tetto privato, io offro il tetto di casa mia almeno per una volta non è un politico a goderne dei profitti. IO SONO STATO IL PRIMO A DIRVELO. Iniziate a contare i giorni perché il governo nazionale vi sta accelerando i tempi.
                                                                                                            
                                                                                                                Pietro Santacroce